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Alla ricerca di Lagaria



IL TIRACCIO, anno XX, n.3, p. 8, marzo 1994.
Alla ricerca di Lagaria.
Di Carlo Belli


Voi sapete già che una sera (non si conosce la data precisa perché si tratta di qualche migliaio di anni fa), Ulisse entrò nella tenda dell'amico Epeo e, dopo averlo alquanto adulato, da quel micione che era, lo mise a parte di un suo progetto sbalorditivo: costruire un grande cavallo di legno, infilarci dentro un drappello di ardimentosi, farsi aprire le porte di Troia, e con la scusa di celebrare un rito religioso propiziatorio a entrambi le parti, penetrare nel cuore della città. Questo lo sanno tutti, e anche il resto.
Ma non tutti sanno che Ulisse si era rivolto a Epeo, proprio a lui e a nessun altro, perché costui era un artigiano famoso, capace di adoperare non solo l'ascia di cui era maestro, ma insieme allo strumento, anche il cervello; tanto che se fosse vissuto ai tempi nostri, una laurea in ingegneria non gliela avrebbe negata nessuno. Chi meglio di lui avrebbe potuto costruire il famoso cavallo? Così fu, e il resto è a tutti noto.
Ricordo soltanto che questo ingegnere Epeo, fu tra quelli che, conclusa l'epopea di Troia con l'incendio famoso, s'imbarcò' per il ritorno (chi dice sulla nave di Ulisse, chi su quella di Nestore), e, povero lui, ne dovette passare delle traversie prima di ritrovare un poco di pace; tanto che disperato ormai di riuscire a rientrare a casa, giacchè la collera divina sbatteva la nave in tutti i punti del Mediterraneo tranne che sulle coste della patria greca, si fece sbarcare su un litorale qualunque, pare nei pressi di Metaponto, oppure un pà più a occidente, verso Sibari. Fatto sta, che cercando di rifarsi una vita, andò a finire su, verso le falde del Monte Pollino, nella Sibaritide, press'a poco dove è oggi Francavilla Marittima, e lì fondò una città chiamandola con il dolce nome di sua madre: Lagaria. Eresse anche un tempio ad Atena e vi depose l'ascia che gli era servita a costruire il cavallo di Troia, dedicandola alla Dea.
Questa è la storia di Epeo, narrataci da Strabone, da Diodoro e altri ancora; e si sa bene quanti dati reali, economici, etici e politici nascondano sempre tali leggende. Bene, andiamo avanti.
Qualche migliaio di anni dopo, un medico condotto di Francavilla Marittima, il dottor Agostino De Santis, che già conosciamo come animatore della "Ritorno a Sibari", percorrendo in lungo e in largo, e per oltre trent'anni la Sibaritide, da Spezzano a Trebisacce, da Corigliano a Terranova, da Cassano Jonio fin giù al mare, oltre che curare i suoi ammalati, era solito studiare con attenzione le terre e i paesi che, per l'Ufficio suo, doveva attraversare. Uomo dotto, colto umanista, lo amavano tutti nel raggio di molti chilometri, gli si confidavano come a medico di fiducia, ma favorivano anche i suoi studi prediletti di storia e di archeologia, fornendo notizie curiose e ghiotte: andasse là, su quel campo, erano affioriti certi ruderi; entrasse in quel casale: quei contadini avevano trovato un vaso antico, e così via... Non per nulla egli aveva la condotta di una terra carica di miti e di "presenze" storiche: cinque, o sei, o sette metri sotto alle campagne che percorreva ogni giorno, giageva da venticinque secoli la grande Sibari della quale aveva parlato tutta l'antichità
Si continuava a parlare anche negli anni Trenta e avanti con i decenni fino ai nostri giorni. Tuttavia la mancanza di un serio disegno di scavo, o la sospensione di quelli più impegnativi, lasciavano intendere che Sibari poteva continuare a rimanere tranquillamente sepolta per altri venticinque secoli. Il bravo medico, avendo capito questo prima di tutti, si era messo il cuore in pace e aveva finito per restringere la sua ricerca in un raggio di poche centinaia di metri a Francavilla Marittima, dove aveva l'ambulatorio accanto alla casa.
Su questo caro studioso e valoroso medico esiste uno scritto di Maiuri che dipinge con arte sopraffina la sua cultura, la fiamma del sapere che lo alimentava e le straordinarie occasioni che gli si presentavano per mettere a frutto la sua incessante indagine. "Pagano l'onorario del medico con i cocci trovati nei campi", intitolava un suo brillante articolo Amedeo Maiuri sul "Corriere della Sera" ed è superfluo dire che tutto il ben di Dio così raccolto, aggiunto ai reperti personalmente trovati da lui e dal figlio, venuto a costruire una collezione di rara importanza, prendeva il suo sbocco naturale andando a finire al Museo Civico di Cosenza, prestigiosa donazione dei De Santis padre e figlio.
Seguendo una traccia costante di studiosi locali che avevano indagato in sito di Francavilla dal secolo XVI fin su all'epoca napoleonica, Agostino De Santis non si stancò di proclamare che a poca distanza dal centro della cittadinanza nella zona Macchiabbate, presso al Timpone della Motta, lì era veramente il luogo dell'antichissima Lagaria, e a sostegno di tale perentoria affermazione mostrava materiale archeologico che per ben trent'anni egli aveva reperito su quei campi, tenendolo sempre a disposizione della Sovraintendenza, e poiché la notizia di questa città leggendaria affiorante in non pochi punti sul colle della Motta, aveva finito per diffondersi nella plaga, ecco precipitarsi sul luogo scavatori clandestini e "tombaroli", tanto che, segnalato l'inconveniente alle Autorità si venne nella decisione di difendere il sito e di intraprendere finalmente uno scavo serio. La Sovraintendenza di Reggio, di comune accordo con la molto benemerita "Società Magna Grecia" che ne sostenne le spese, cominciò nell'estate del 1963 la esplorazione del luogo affidandone la direzione a Paola Zancani Montuoro, la intrepida archeologa che assieme con Zanotti Bianco aveva scoperto molti anni prima il famoso Santuario Hera su alle foci del Sele. Paola Zancani prese con sé una valida collaboratrice, la dottoressa Stoop, asciutta olandese dagli occhi di acciaio, molto stimata dai colleghi italiani che la chiamavano confidenzialmente "Pit": dall'11 giugno al 2 luglio di quel 1963, guidando una quindicina di operai, queste due donne ebbero a compiere come primo scavo, un lavoro enorme, recuperando frammenti di ceramica grega arcaica, statuette, suppellettile funeraria, monili, oggetti di culto; un bottino cospicuo raccolto in quaranta cassoni di legno e in tredici sacchi enormi, il tutto caricato su un camion per essere trasportato al Museo di Reggio. Il caro medico condotto, deceduto proprio allora, aveva dunque ragione? Quante volte il tempo crudele nega ai vivi la gioia del riconoscimento dei loro meriti!
Nello scavo presso il Timpone della Motta si è potuto distinguere un abitato indigeno precedente comunque alla colonizzazione greca, un'acropoli con un monumento dedicato quasi certamente ad Atena, e una necropoli molto vasta che ha dato più di una emozione alle nostre archeologhe.
Figuratevi che una bella mattina viene alla luce un complesso di tombe la cui disposizione poteva far pensare al famoso "cerchio reale" (Si chiama così una serie di sepolture disposte a collana con una più grande nel centro: apparato funebre arcaico, riservato di solito a sovrani o agli eroi divinizzati). Ecco le due scienziate precipitarsi ad aprire proprio la tomba di mezzo. Che trovano accanto a ossa umane e a suppellettili d'uso? Hanno un soprassalto: trovano una ascia! Non poteva essere questo lo strumento dell'artigiano divinizzato, l'utensile insomma, con il quale Epeo aveva costruito il cavallo?
Le fonti classiche, da Licofrone al Pseudo Aristotile, da Giustino ad Ateneo, attestano concordemente che Lagaria conservava gli strumenti con i quali l'Eroe-carpentiere aveva dato forma alla sua singolare costruzione. Perché dunque non pensare che l'ascia scoperta sulla tomba troneggiante nel bel mezzo del "cerchio reale", non fosse proprio quella... Santi Numi! Le combinazioni, le concordanze parevano ormai di tale natura da permettere una rivelazione clamorosa: si fosse trovata davvero la tomba del costruttore del cavallo di Troia, e più sotto, la città di Lagaria?
Paola Zancani Montuoro parve per un momento propendere verso così straordinaria ipotesi, pur continuando a borbottare che le mancava ancora un dato inoppugnabile. Sarebbe stata certo una bella notizia da dare ai poeti, i quali non si stancano di affermare che ogni leggenda trascrive una verità. Sarebbero stati felici di apprendere che in un sito remoto della Calabria si era trovata la città fondata nientemeno che dal costruttore del cavallo di Troia, e per giunta anche la sua tomba con dentro i ferri del mestiere. Lasciatemi dire che una tale notizia avrebbe mandato in visibilio anche me. Ma voi sapete come sono gli archeologi: camminano con stivali di piombo, un passo dopo l'altro, senza il minimo salterello. A un certo punto si fermano e se non c'è la prova provata della prova che cercano, più non vanno avanti.
Così, la dotta, acuta archeologa, con il ripensamento che è tipico degli scienziati, dopo aver smorzato (forse anche troppo presto) i nostri entusiasmi, finirà per mettere in dubbio non solo la tomba di Epeo, ma addirittura che la città scavata in prossimità di Francavilla Marittima sia Lagaria. Ma c'è chi non disarma e anzi propone che l'attuale cittadinanza abbandoni il trito nome feudale di Francavilla Marittima, per assumere quello più illustre di Lagaria. Certo, nessuno è ancora in grado di affermare con certezza se questo è il luogo dove l'eroe greco ebbe a fondare la città dedicata alla madre sua. Nessuno ancora ce lo potrebbe dire. Nessuno, tranne un bravo medico condotto che, dopo aver percorso per trent'anni con il suo calessino tutta la Piana di Sibari, oggi ci sorride dall'al-di-là perché ormai egli conosce anche quest'ultimo segreto della sua terra. Ma non ce lo può dire.
Certo è che la dottoressa Zancani, regina di una squadra di illustri studiosi gettatisi allo scavo sul Timpone della Motta, a Macchiabate e altrove con una intensità che aveva addirittura il carattere della violenza, certo è che la Signora, forte anche dei risultati offerti dai suoi insigni collaboratori (Stoop, Lissi, Caronna, Paribeni, Mertons, Schlaeger, Pugliese Carratelli...), indossati gli stivali di piombo, ha smorzato non poco i fervori e le speranze che erano nate in un primo tempo. Tanto che di Epeo più non si parla, e di una precisa ubicazione di Lagaria nemmeno. Di una tabella di bronzo piuttosto, venuta alla luce da una delle numerose tombe, cariche di ceramica protocorinzia e di idrie votive; apparsa ancora in buono stato una ventina di anni fa.
Si tratta di una tavola di bronzo con iscrizione arcaica, scavata soltanto a 30 centimetri sotto il piano di calpestio, evidentemente sotto il terreno di riporto, il che non ostacola una datazione assai precedente. La dottoressa Stoop data la tabella intorno al 500 a.C.; essa misura 12 cm per 24 ed è ancora in ottimo stato. La iscrizione chiaramente incisa è retrograda e consiste in sei linee. Giovanni Pugliese Carratelli, che l'ha studiata e tradotta da par suo, pensa che la si possa datare ai primi anni del VI secolo, quando Sibari non era stata ancora distrutta.
Che dice, insomma, questa iscrizione? Ecco: kleombrotos, figlio di Dexilawos, avendo vinto in Olimpia in gara con atleti pari in altezza e corporatura, dedicò questa edicola ad Athena, secondo il voto fattole di (offrirle) la decima dei premi (ottenuti). Accontentiamoci, noi semplici lettori, di questa notizia: quel bravo atleta aveva promesso che in caso di vittoria avrebbe offerto alla dea Athena un decimo dei soldi che avesse vinto. Mantiene la promessa e se ne fa garante con una tabella votiva. Fermiamoci qui perché a seguire le annotazioni filologiche circa il tipo di grafia, l'inclinazione di certe parole rispetto ad altre, (...) e via con simili spulciature filologiche, pur necessarie, ci sarebbe da perdere la testa!
Ed è pur vero che la certezza è sempre figlia di simili ricerche ostinate e iterative fino alla ossessione. Quasi sempre il dato illuminante nella notte più buia della storia, emerge da un qualche minuscolo dato apparentemente esteriore. Di qui la somma diligenza con la quale l'archeologo esamina, descrive e riesamina il reperto anche più insignificante. Ai profani può apparire addirittura paradossale la pubblicazione di grossi volumi zeppe di minutissime descrizioni e catalogazione di cocci e soltanto di cocci. Del resto, chi scrive ricorda un atto di quasi esilarante ribellione compiuto da Paola Zancani Montuoro contro se stessa, mentre in un convegno tarantino seguiva l'interminabile descrizione che un illustre archeologo andava facendo di due resti di mattoni. "Questa non è più archeologia", sussurrava la signora, "ma cocciologia". Si, una ribellione anche contro se stessa, perché allo studio e alla descrizione di reperti archeologici, lei stessa ha dedicato centinaia di pagine nei grossi volumi degli Atti e Memoria della Società Magna Grecia. Lavoro colossale in attesa di dare mirabolanti frutti.
Di certezza, dunque, non si può parlare a proposito del sito di Lagaria: chi la vuole a Trebisacce, chi a Amendolara, chi a Rotondella, chi a Nocara... Ma allora, come chiamare il sito presso Francavilla Marittima, ricchissimo di testimonianze greco-arcaiche e di autorevoli citazioni classiche?
Lasciamoci con questa domanda in sospeso e proseguiamo verso la Siritide, paese stracarico di grecità che ingloba vasti territori di Calabria, di Lucania e di Puglia, regione stupenda e pur così poco nota perfino agli italiani.
Ancora una memoria prima di congedarci dalla Sibaritide. Scendendo direttamente da Francavilla Marittima verso il mare, presso alla spiaggia, incontrerete la nobile città di Amendolara, dove l'acuta e colta archeologa Juliette de la Geniere ha dato per lunghi anni una caccia ostinata a certi relitti del V e del VI secolo. Amendolara però rischia di diventare celebre più di Riace, perche il "banco", cioè quella vasta secca - forse reliquia di antica isola - con fondale minimo di poco più di 20 metri, scoperta casualmente, nel lontano 1926 a nove miglia marine dalla costa, dalla Regia Nave "Tritone" della Marina Militare, durante una campagna esplorativa di biologia marina intrapresa dal professor Gustavo Mazzatelli; quel "banco", dunque, restituì un'ancora lignea rivestita di piombo, eccezionalmente intatta perché totalmente ricoperta di incrostazioni madreporiche; oggetto che la Sovrintendenza Archeologica di Napoli riconobbe di origine siracusana e datò al IV secolo a.C. Ora, si sa che Dionisio il Vecchio, tiranno di Siracusa, nel tentativo di estendere la sua egemonia in Magna Grecia, inviò nel 379 a. C. una flotta di ben 300 navi contro Thurio, ma la flotta intera colò a picco per una tempesta di venti settentrionali poco prima di toccare terra. Nuovi rilievi effettuati sul banco dell'Amendolara nell'agosto del 1965, dalla motonave idrografica "Paolo Cornaglia", portarono alla segnalazione ecometrica di particolari rilievi: probabilmente gli scafi ormai custoditi nella sabbia da 24 secoli.
La rivista "Magna Grecia" che da quasi 20 anni segnala tanto misterioso evento, invocando un intervento definitivo, auspica in un suo ultimo numero, che per strappare i segreti del Banco di Amendolara si mobilitino almeno gli archeosub, gli appassionati di archeologia subacquea, i bravissimi sub guidati soltanto dalla passione. Vi pensate il colpo se riuscissero a portare su la flotta di Dionisio?(Segue nota di Rocco Turi)


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luglio 2012





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